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Auschwitz.

“E pensare che un tempo la gente avrebbe fatto di tutto per andare via da questo posto, mentre ora facciamo ore di fila sotto il sole per entrarci dentro”. Così ci si era rivolta, in un inglese incerto, la donna che era in fila davanti a noi.

In effetti aveva ragione, aspettavamo sotto il sole da quasi due ore, nonostante fossimo arrivati lì col primo autobus del mattino. Attendevamo per varcare lo stesso cancello che anni prima migliaia di uomini avevano oltrepassato, perdendo insieme ai loro carnefici il senso di tutto ciò che è umano. Quel cancello svettava nelle calde ore del mattino, mostrando la sua frase ormai tristemente nota a tutti.

Arbeit macht Frei. Quante volte abbiamo letto questa frase sui libri di scuola, quante volte la abbiamo sentita pronunciare, quante volte abbiamo visto una foto di quella scritta che per molti rappresentava l’inizio della fine.

Da quando siamo piccoli, e veniamo a conoscenza della Seconda Guerra Mondiale, sentiamo parlare dell’olocausto compiuto dai nazisti in Europa. Inizialmente non capiamo bene di cosa si tratti, le nostre menti non sono abbastanza sviluppate per concepire una cosa del genere.

C’è bisogno che gli anni passino, che la nostra consapevolezza nei confronti del mondo si sviluppi, perché cominciamo a rendercene veramente conto. Quando diventiamo adulti quegli avvenimenti assumono un significato molto più profondo e con essi quella scritta in tedesco, Arbeit macht Frei, Il lavoro rende liberi, diventa qualcosa da cui cerchiamo di proteggerci con tutte le nostre forze.

La scritta originale oggi non c’è più. Alla fine del 2009 qualcuno ha pensato bene di rubarla. A volte immagino quella persona che, seduta davanti al camino, beve in compagnia un bicchiere di brandy osservando quella scritta del cui furto deve sentirsi veramente orgogliosa.

Al Museo e Memorial di Auschwitz-Birkenau, a pochi chilometri da Cracovia, in Polonia, adesso c’è una nuova scritta ad accogliere i visitatori. Non sarà più l’originale, ma il significato che essa ha rappresentato e continua a rappresentare resta intatto, ed è molto forte per chiunque.

Solo passando sotto quella scritta, solo attraversando quell’arco è possibile cercare di comprendere quello che è accaduto lì dentro. Dico cercare di comprendere, perché comprenderlo veramente è impossibile, e ancora di più lo è accettare che sia accaduto veramente.

Provate ad immaginare dei grandi edifici rettangolari di mattoni, disposti ordinatamente su un suolo di erba e ghiaia, in uno spazio delimitato da un recinto di filo spinato. Ora immaginate di camminare su questa ghiaia, e di entrare in uno di quegli edifici.

A prima vista nulla attrae la vostra attenzione, sembra essere una normale costruzione di mattoni. E per certi versi lo è. L’unica differenza che ha con un qualsiasi altro edificio di mattoni simile, in qualsiasi altra parte del mondo, è quello che è accaduto al suo interno, e ciò che contiene ora per non dimenticarlo.

Immaginate di percorrere uno dei corridoi di questo edificio, e di entrare poi in una delle stanze. La stanza non è molta illuminata, la luce che entra è molto poca. Tutto ha un’aria tetra, cominciano a drizzarsi i peli sulle braccia.

Immaginate poi di osservare le pareti della stanza. Vi accorgerete che solo per metà è presente un muro, e che dove i mattoni finiscono inizia un vetro. È lecito a questo punto aspettarsi che ci sia qualcosa dietro quei vetri. La curiosità ha il sopravvento, anche se da una parte si teme quello che può esserci.

Dietro i vetri si cominciano a intravedere delle scarpe. Vecchie scarpe. Tante. Una montagna di scarpe. Scarpe da uomo, da donna, da bambino. Le scarpe non si riescono a contare, è una distesa immensa, l’occhio si perde cercando di osservarle, scatta a destra, a sinistra, sopra, sotto. Il viso comincia a rigarsi di lacrime.

La mente immagina di chi fossero quelle scarpe, il perché si trovano lì. Si vorrebbe non esserne sicuri, sarebbe meglio restare col dubbio, magari si dormirebbero sonni più tranquilli. C’è però bisogno di sapere, è un dovere. E allora si ascolta la spiegazione, ed è proprio come si temeva.

Quelle sono le scarpe delle vittime. Sono le scarpe degli uomini, delle donne, dei bambini, che in quel posto hanno smesso di vivere. Allora si cerca di contarle, di avere un’idea. Dieci, venti, trenta, cento. Sono troppe.

Si prova quindi a non pensarci, ma inevitabilmente si finisce per chiedersi come mai quelle scarpe siano state conservate, e non gettate via insieme a tutto il resto della spazzatura. La risposta è peggiore di quello che si teme.

Le scarpe venivano conservate per darle ai nuovi arrivati, o a chi nei campi non le aveva più. Quella montagna di scarpe non corrisponde minimamente al numero delle vittime, ma solo ad una sua piccola parte. Le persone morte ad Auschwitz sono state molte di più.

E non ci si limita alle scarpe. Ci sono anche spazzole, borse, valigie, protesi. E capelli. Chili e chili di capelli trasformati in tessuti.

Le esposizioni sono molte, ma non c’è solo questo ad Auschwitz. È il luogo stesso ad essere intriso da una tristezza che non riuscirà mai a scrollarsi di dosso. Tristezza per le persone che hanno sofferto, e per quelle che non sono sopravvissute. Tristezza per coloro che hanno eseguito questo massacro, e qualsiasi massacro, perché hanno spinto l’essere umano al più basso livello immaginabile.

E allora camminando su quel terreno calpestato da migliaia di persone, guardando l’orizzonte attraverso il filo spinato, osservando le tavole di legno su cui i prigionieri erano costretti a dormire, scavalcando i binari che hanno portato lì tutti quei malcapitati, perdendosi nella vastità senza fine di Birkenau, non si può fare a meno di farsi una domanda: come?

Come fa l’uomo a fare questo ad un altro uomo? Come può qualcuno, arbitrariamente, deturpare qualcun altro della propria quotidianità, privarlo della sua umanità? Come può l’essere umano essere così malvagio, e pretendere di essere chiamato ancora umano?

Quando ho visitato Auschwitz sono rimasto per un po’ senza parole, perché non ne avevo alcuna da dire, né da pensare. La polvere che ti resta sui vestiti tornando a casa non riesce a coprire il sentimento di impotenza e vergogna che continuiamo a provare dentro di noi.

Tutti gli esseri umani dovrebbero andarci, almeno una volta nella vita, in silenzio, per non dimenticare cosa significhi essere umani.

 

 

 

 

 

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