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Incontro con gli Tsaatan: ai confini della Mongolia

Uda è un nomade della Mongolia. Vive in una ger o yurta, le tipiche tende circolari che sporadicamente interrompono l’infinita uniformità dei paesaggi mongoli. Di mestiere possiede cavalli, e a volte ne dà un paio a coloro che sono così folli da seguirlo nella taiga.

Oggi Uda è con noi, o meglio noi siamo con lui, in sella ad un cavallo addomesticato solo per metà, che non pare farsi scrupoli a mettere in chiaro chi è che comanda. Uda intona canti tradizionali, spezzando il silenzio e rendendo ancora più mistica la nostra giornata.

Sono i primi di giugno, e cavalchiamo in un bosco di conifere, in salita. Gli zoccoli dei cavalli affondano nel fango mentre la neve comincia a scendere posandosi tutto intorno a noi. È neve fresca, quasi pura. Rende il silenzio ancora più silenzioso, attutendo il lieve suono dei nostri respiri un po’ affannati.

Quando i cani cominciano ad abbaiare Uda lancia un suono verso il centro del bosco, e uno uguale ne arriva in risposta. Uda mi sorride mostrando il vuoto lasciato dall’assenza di uno dei suoi incisivi, e grida una delle poche parole in inglese che conosce, quella che pronuncerà più spesso nelle ore successive.

Reindeer! Reindeer! Un paio di renne appare tra gli alberi, seguito da un ragazzo che indossa un tipico cappotto della Mongolia, il deel, e un berretto della UFC all’interno del quale mantiene ancora la plastica per non fargli perdere mai la forma originaria.

Scendiamo da cavallo, e con le gambe ancora indolenzite osserviamo la scena che si presenta ai nostri occhi. Un recinto di legno grande la metà di un campo da basket pieno di renne di ogni dimensione che ci osservano curiose dietro i baffetti sul loro muso. Tenute al riparo dagli alberi cinque tende a punta simili ai teepee dei nativi americani, una un po’ più in là, tenuta ad una certa distanza dalle altre.

Ci accompagnano in una delle tende e ci fanno entrare. Una stufa a legna al centro, delle coperte a terra, sul prato. Oggetti di ogni tipo lungo il perimetro. Corna di renna usate come ganci, carne appesa ad essiccare. Quella sarà la nostra casa per quella notte.

Ci viene presentata la nostra nuova famiglia. La mamma stringe in braccio una paffuta bimba di soli sei mesi, e si scusa per aver bevuto un paio di bicchieri di vodka. Quel giorno si celebra la festa della mamma e dei bambini, e aveva avuto ospiti. Altri due figli, un piccoletto pestifero di due anni e una bambina di sei che sembra uscita da un lungometraggio della Disney. Il padre lo incontriamo più tardi per la cena.

Tutto è surreale. Le tende, le renne, quei bambini che giocano sul prato innevato a piedi nudi, la neve stessa. Un alone quasi mistico circonda la zona, che si accresce quando ci viene detto di non avvicinarci alla tenda separata dalle altre perché quella è la casa dello sciamano.

Lui purtroppo non c’è, si trova in ritiro spirituale lontano dal campo. Se vogliamo possiamo raggiungerlo con altre tre ore a cavallo. Preferiamo lasciarlo ai suoi rituali. Poche altre volte le nostre gambe ci sono state così grate.

La giornata si svolge in modo piuttosto inusuale. È più che altro un osservarsi reciproco tra noi e gli Tsaatan. Pur non parlando le rispettive lingue riusciamo comunque a comunicare l’essenziale. Le tende sono aperte a chiunque voglia entrarvi e sedersi, a terra, con gli altri.

Il semplice osservare la loro quotidianità è di per sé qualcosa di affascinante, e fa nascere numerose domande. Come può qualcuno scegliere di vivere la propria vita in quel modo? Sono veramente loro che vivono peggio? Sono loro che non hanno abbastanza o noi che abbiamo troppo?

Non mancano ovviamente le sorprese. La più grande è indubbiamente quando il nostro “padre adottivo” tira fuori da uno scatolone un telefono fisso con un’antenna attaccata sopra, lo collega ad una grande batteria simile a quella delle automobili, e lo usa. Non sono poi così staccati dal nostro mondo, dopo tutto.

Ancora maggiore la sorpresa quando veniamo usati come tramiti per scherzi telefonici ad abitanti di altre tende, forse di altri accampamenti, non lo sapremo mai. Di sicuro, pur non capendo una parola, lo stupore di quelli dall’altra parte della cornetta rimane evidente.

Il tempo scorre lentamente, non ci sono veri orari da seguire tra gli Tsaatan. Le tradizioni sono però molto forti e vanno assolutamente rispettate. Vengo richiamato più di una volta perché punto le piante dei piedi verso un sacchetto appeso alla tenda.  È un oggetto religioso, e bisogna portarvi rispetto.

La cena è molto tardi, zuppa di carne di renna con pasta, cucinata dal padre di famiglia che ci osserva in silenzio ma scrupolosamente, dall’alto della sua autorità accentuata dalla cicatrice che gli attraversa il volto. Lo immaginiamo porsi numerose domande sui nostri strani modi di fare, così diversi dai suoi.

Ancora di più ci scruta mentre prima di metterci a dormire ci cambiamo i vestiti, ci togliamo le lenti a contatto e seguiamo le nostre innumerevoli piccole abitudini. Dobbiamo sembrare bizzarri agli occhi di persone che dormono con gli stessi vestiti indossati durante il giorno, sulle stesse coperte dove vivono la maggior parte della giornata.

La notte è molto fredda, ci salviamo grazie alla loro gentilezza che li porta a cederci alcune delle loro coperte per non farci congelare. In quel momento ci siamo veramente sentiti parte della famiglia. Ci addormentiamo cercando di vedere le stelle dall’apertura in cima alla tenda.

La mattina seguente è forse il momento più surreale. Il calore del sole comincia a sciogliere la neve quando è ancora molto presto, e le renne pascolano osservandoci mentre siamo alla ricerca di un cespuglio che ci viene indicato come il bagno.

Un altro paio d’ore ed è il momento di salutare tutti, e di salire nuovamente in groppa al cavallo. Nel tempo passato in sella cerchiamo ancora di capire se le ultime ore fossero state un sogno o la realtà. Molte domande continuano a occuparci la mente, che allo stesso tempo si riempie di nuove consapevolezze.

Per certi versi siamo tutti prepotenti, molto prepotenti, nel credere che il nostro sia il modo di vivere più giusto e corretto. Siamo prepotenti a ritenere di essere migliori, o anche semplicemente diversi.

Di tutte le cose imparate lassù nella taiga una si afferma con forza maggiore, appresa giocando a palle di neve con i bambini, mangiando seduti a terra o facendo scherzi telefonici, la consapevolezza sempre più forte che non importa dove siamo, dove abitiamo o come viviamo, siamo tutti esseri umani.   Troppo spesso ce lo dimentichiamo. 

 

 

 

 

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