Tradizione e progresso tra i tagliatori di teste del Nagaland
4 Aprile 2019


Riflettere meditando: come l'Occidente sta cambiando l'Oriente

La coppia veniva da Chiang Mai. Tutti e due avevano più o meno la nostra età, ed erano lì per passare il fine settimana nel nord del paese. Non siamo riusciti a scoprire molto altro, dato che lui non parlava una parola d’inglese, e lei solo l’essenziale. Ma quando ci hanno visti sul bordo della strada che muovevamo la mano in su e in giù, nel classico gesto dell’autostop da quelle parti, non ci hanno pensato due volte ad accostare e a prenderci su. La Thailandia è stato un paese straordinario sotto molti punti di vista, e la gentilezza delle persone è sicuramente uno di quelli.

Avevamo scoperto la bellezza di fare autostop in Thailandia un mesetto prima, quando ci ha aiutato a raggiungere un tempio un po’ fuori mano, dove i mezzi erano pochi e infrequenti. Da allora abbiamo cominciato ad usarlo ogni volta che potevamo. Era divertente, economico, e ci aiutava ad entrare in contatto con le persone del posto in un modo impossibile altrimenti. Anche quella mattina avevamo scelto di tentare di muoverci così, e dopo aver camminato un paio di chilometri fuori da Pai, raggiunto il piccolo aeroporto fuori città, abbiamo incontrato la coppia.

Percorrevamo la strada in salita una curva dopo l’altra, scambiandoci qualche parola di circostanza, e rimanendo per lo più fermi ed in silenzio ad ammirare lo stupendo paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. Eravamo tra le montagne e tutto era verde, la fitta vegetazione lasciava spazio solo alla stretta striscia d’asfalto dove le rare automobili arrancavano verso la vetta. Quando la ragazza che guidava ci ha chiesto quale fosse la nostra destinazione, abbiamo risposto quasi con fierezza: “Il monastero tra le montagne, passeremo qualche giorno lì per seguire un corso di meditazione!”.

La cosa ci entusiasmava tantissimo, l’idea di stare in un posto del genere, alla scoperta di noi stessi lontano dal rumore e dal caos, ci affascinava come poche. Prima di partire per il nostro viaggio avevamo alcuni obiettivi, e conoscere più da vicino la cultura buddhista, con persone che hanno scelto di trasformarla nel proprio stile di vita, era uno dei principali. Ed ora ci eravamo molto vicini, anche se ancora non avevamo un’idea ben precisa su cosa aspettarci. Avremmo imparato da lì a qualche ora che la sensazione più presente in noi nei giorni seguenti sarebbe stata lo stupore.  

Fin dal primo momento infatti, non appena abbiamo lasciato la strada principale e svoltato verso la tortuosa stradina che portava al monastero, lo stupore si è subito impossessato di noi. Su entrambi i lati, non appena l’asfalto si interrompeva per lasciare spazio all’erba del prato, verdi montagne si innalzavano vegliando sul piccolo spazio che le divideva. Era come se la strada emergesse timidamente da quell’imponenza, come se la natura le avesse fatto una concessione a patto di non pretendere troppo.

Tutto era verde e la presenza dell’uomo sembrava quasi non esserci, a parte i solitari cavi elettrici che interrompevano la monocromaticità e ovviamente la nostra automobile, unico rumore oltre il silenzio. Il paesaggio è però cambiato improvvisamente nel momento in cui alla nostra sinistra è comparso un piccolo edificio di cemento, seguito da un grande parcheggio. Al di là si estendeva la struttura del monastero, nascosta da alberi rigogliosi piantati tutt’intorno. Da quel punto si riuscivano ad intravedere un lago, un grande prato e alcune casette di legno.

Delle persone, tutte dai tratti occidentali, erano sdraiate a prendere il sole, leggevano un libro sedute sull’erba o camminavano apparentemente senza meta, in molti fissando i propri piedi. Tutti loro erano vestiti allo stesso modo, con una maglia e dei pantaloni larghi di colore bianco. Già in quel momento abbiamo iniziato a provare delle sensazioni strane, non era quello che avevamo in mente quando pensavamo ad un monastero buddhista. Tutti sembravano essere privi di personalità, come se non avessero uno scopo.

Ma fidarsi della prima impressione raramente porta a risultati positivi, e conduce troppo spesso a privarsi di qualcosa di bello solo per un pregiudizio o un’idea affrettata. Non ci siamo quindi fatti demoralizzare da un impatto non entusiasmante, e dopo aver ringraziato i nostri accompagnatori siamo entrati nel monastero, dove una ragazza vestita di bianco ci ha indicato il punto in cui effettuare la registrazione.

Il monastero accetta visitatori in qualsiasi giorno dell’anno, senza alcun bisogno di prenotare. Fornisce gratuitamente gli abiti bianchi, una stanza privata o un letto in dormitorio a seconda della disponibilità, cibo e lezioni di meditazione. All’arrivo basta scrivere i propri dati su un registro tenuto alla reception da un simpatico thailandese, e qualcuno provvederà a spiegarvi sommariamente le regole, mostrandovi dove trovare gli abiti e il luogo in cui dormirete.

Uomini e donne dormono in aree diverse del monastero, molto lontane tra loro, ed è severamente vietato anche solo avvicinarsi alla zona che ospita il sesso opposto. Anche se infatti molto poco severo rispetto ad altri centri riguardo cose come il silenzio o l’utilizzo dei cellulari, la separazione dei sessi sembrava essere invece molto importante per l’abate e i monaci che gestivano il complesso. Una volta iniziato il corso vero e proprio, è cominciato ad essere ancora più chiaro.

Le lezioni si svolgevano in una grande sala in una location quasi surreale. Lo spazio era rettangolare e senza pareti, sei colonne reggevano un tetto spiovente per riparare dalla possibile pioggia. In una delle estremità un soppalco ospitava tre statue di Buddha, e i cuscini su cui i monaci prendevano posto durante le lezioni. Sul pavimento decine di cuscini verdi erano distribuiti in modo ordinato e regolare. Erano i posti per gli studenti, ed erano sicuramente di più di quanto pensassimo. Anche qui, le file più avanzate erano riservate agli uomini, e quelle posteriori alle donne.

Avremmo scoperto la mattina seguente, quando venne il momento di servire la colazione ai monaci, che le donne non sono autorizzate a interagire con loro, a parte l’abate. Anche nel momento di consumare i pasti, che nel monastero sono solamente la colazione e il pranzo, ci siamo stupiti nel trovare due tavoli diversi da cui servirsi il cibo. In base a quale distinzione? Gli uomini da una parte e le donne dall’altra.

Eravamo sorpresi che un posto del genere, dove vengono professati sentimenti positivi quali l’uguaglianza e il rispetto, sia così fortemente legato a questa distinzione. Ma ci trovavamo in un luogo religioso dopo tutto, e purtroppo sembra che secoli di storia non siano stati sufficienti a scalzare dalle menti degli uomini una disuguaglianza inesistente nella realtà.

Lo stupore non è stato però sufficiente a fermarci, eravamo troppo curiosi di saperne di più, di scoprire cose su quel mondo che non escono fuori da certi ambienti. Il buddhismo è una religione troppo affascinante da ignorare, così diversa dai nostri principi e dai nostri valori che ci sentivamo quasi in dovere di approfondirla. E quale luogo migliore di un monastero buddhista tra le montagne per fare una cosa del genere?

Ma più passavano le ore e più le nostre domande sembravano destinate a restare senza risposta. Le lezioni ci apparivano più incentrate su idee che noi, in occidente, associamo al buddhismo senza saperne in realtà molto, piuttosto che su quelli che sono i veri principi di una religione millenaria. Il numero piuttosto alto dei partecipanti, e lo scarso interesse di alcuni di loro, rendevano le conversazioni piuttosto monotone e poco interessanti. Era come se i monaci avessero una scaletta da recitare piuttosto che una reale conversazione da tenere.

In particolare venivano costantemente ripetute idee già a conoscenza della maggioranza delle persone, come la reincarnazione o il fantomatico karma, l’idea che può essere semplificata nella frase “fai del bene e riceverai del bene”. Si insisteva molto inoltre sull’importanza del respiro e del concentrarsi su di esso, senza però mai ben spiegare cosa questo significasse. I partecipanti sembravano distinguersi tra coloro che erano lì solo per approfittare dell’alloggio e del cibo gratuiti, e quelli che invece sembravano abbracciare quelle pratiche con un’intensità maggiore degli insegnanti, quasi a rasentare l’ossessione.

Quando ci interroghiamo su cosa significhi per noi viaggiare, finiamo spesso per parlare di come l’apertura del mondo al turismo di massa abbia finito per portare, insieme ad una maggiore facilità ed accessibilità di molti luoghi, anche ad una serie di elementi negativi e di svalutazioni culturali. Il fatto che chiunque abbia la possibilità di accedere a luoghi e pratiche fino a qualche tempo fa impensabili ha infatti condotto ad un’omologazione che spesso finisce per uccidere le differenze.

Al riparo tra quelle verdi montagne, in quel fiabesco monastero fatto di casette di legno, fiumi e cascate, abbiamo avuto l’impressione di trovarci davanti a molto di tutto questo. Lì dove ci aspettavamo di finire in un luogo fortemente mistico, immerso come è in una natura quasi pura, abbiamo invece trovato una specie di centro ricreativo dove occidentali in cerca di qualcosa di diverso, di una fuga da una realtà spesso opprimente, finiscono per ritrovarsi nello stesso posto di tutti gli altri.

Un posto dove ogni problema viene solo apparentemente risolto, dove l’illusione di abbandonare la vita frenetica dalla quale proveniamo si propone come soluzione senza esserlo affatto. Perché l’illusione resta tale, e il credere di non dipendere dalla tecnologia non rende questo reale quando al riparo del nostro dormitorio passiamo la serata sulle nostre pagine social. E le risposte che otteniamo non sono spesso delle vere risposte, ma solo ciò che ci piace sentirci dire. Anche il bisogno del silenzio, che dagli occidentali è visto come un elemento imprescindibile della meditazione, è in realtà una credenza errata, la risposta ad un bisogno che è nostro ma che vogliamo vedere arrivarci dall’esterno.

Neanche dal punto di vista teorico, al quale eravamo molto interessati, ci è sembrato di aver appreso molto di nuovo. Qualsiasi discorso si riduceva ad un invito a fermare i pensieri e svuotare la propria mente, come se smettere di pensare fosse l’unica possibile soluzione ai problemi. E l’idea che una cultura come quella buddhista, con secoli di storia ed influenza ed un impianto teorico alle spalle non indifferente, si riduca ad un’interruzione dei pensieri, sembra piuttosto difficile, se non impossibile, da accettare.

Ci siamo sentiti quasi in colpa ad aver preso parte a tutto questo, non fosse stato per aver conosciuto lì dentro delle persone magnifiche con cui avremmo poi condiviso una parte del nostro viaggio. E se la nostra esperienza al monastero non è stata delle migliori, sicuramente molti dei partecipanti avranno dei ricordi decisamente più positivi. Su una cosa infatti non abbiamo alcun dubbio, che il modo in cui ognuno reagisce al corso di meditazione, è fortemente personale, e dipende dalle proprie idee e dai propri interessi, e spesso dal proprio stato d’animo.

Se quindi ci venisse chiesto se consigliamo o meno un’esperienza del genere, sicuramente spingeremmo chiunque ad andare e passare qualche giorno lì. Nessuno dovrebbe basarsi sul sentito dire, e vivere un’esperienza personale è spesso l’unico modo per avere un’idea su qualcosa che ci interessa, soprattutto quando in ballo c’è qualcosa di così profondo. Anche qualora la nostra idea si distingua da quella della maggioranza, o dalle nostre aspettative, avremmo comunque acquisito un bagaglio non indifferente, oltre alla possibilità di avere un’idea personale, cosa piuttosto rara negli ultimi tempi.

1 Comment

  1. Claudia ha detto:

    La stessa sensazione che ho avuto io quando mi é capitato di cercare un’esperienza di approfondimento in un tempio buddhista durante il mio viaggio in Giappone. Un po’ un “contentino” per mettere a tacere una curiosità superficiale e turistica. E dire che quando son arrivata al monastero sono rimasta perplessa nel capire quello che non avevo compreso a fondo nel momento della prenotazione: ero l’unica ospite! E io che temevo che risultasse fin TROPPO mistico!

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